La calda estate dell'unione
C’è un progetto di Europa che in questi giorni sta vivendo di grande popolarità. Un evento attorno al quale gli europei sembrano persino ritrovare il senso del proprio essere comunità.
Stiamo parlando evidentemente del campionato continentale di calcio che quest’anno rischia – per sponsorizzazioni e audience - di far passare in secondo piano persino le Olimpiadi. A guardare l’Europa coloratissima che segue le partite negli stadi del Portogallo, davvero non si capisce come la sua Unione, quella fatta di istituzioni, frontiere e moneta comuni stia vivendo un momento così difficile.
Una difficoltà che ha conseguenze che vanno aldilà di quelle che ovviamente dovremmo aspettarci sul piano europeo e delle istituzioni dell’Unione*. L’eventuale fallimento del progetto europeo rischia, infatti, come cercheremo di spiegare, di trascinare con sé i livelli nazionali. Ed è anzi già il sintomo più evidente di una crisi che coinvolge l’intero impianto dei processi di partecipazione e di governo delle democrazie europee.
Gli Stati Europei hanno bisogno d’Europa in quanto è ormai evidente che senza di essa molti dei problemi più gravi rimarrebbero senza neppure una risposta. Tuttavia l’Europa ha bisogno di partecipazione se vuole uscire da una crisi che rischia di diventare sempre più acuta. E infine, va inoltre detto che la partecipazione non è evidentemente cosa che può essere conseguita attraverso la sola intermediazione degli Stati. Sono questi i termini di un paradosso logico che rischia però di diventare un disastro politico di proporzioni storiche. È per questo motivo che Vision ripropone l’idea di un forum delle think tank europee come momento essenziale per coinvolgere una generazione, un segmento di generazione il cui impegno - in un continente che sta in tutti i sensi rapidamente invecchiando - appare davvero indispensabile.
Questo position paper introduce una riflessione che diventerà un nuovo progetto di Vision. Ad essa partecipano alcuni degli associati di Vision che costruiranno la nuova iniziativa europea. Essi rappresentano culture nazionali diverse – Italia, Belgio, Ungheria, Portogallo, Israele, Finlandia, Gran Bretagna, Turchia, Francia – e tuttavia condividono tutte le caratteristiche della “classe” (giovane, mobile, cosmopolita, ..) di cui Vision vuole essere una “rappresentazione” e sono: Deniz Akkan, PhD in EU Economics presso la Marmara University di Istanbul; David Bassa, giornalista per la Televisió de Catalunya (TV3-TVC) a Barcellona; Koert Debeuf, advisor strategico del Primo Ministro belga Guy Verhofstadt a Bruxelles; Tibor Dessewffy, intellettuale ungherese e direttore del World Internet Project UCLA in Ungheria; Joana Mateus, giornalista dell’Associated Press News Agency a Lisbona; Claire O’Brien, PhD in Human Rights alla London School of Economics di Londra; Francesca Paci, giornalista del quotidiano italiano La Stampa di Torino; Menachem Rabinovitz, PhD in Policy e Filosofia presso la Mandel School di Gerusalemme e Martina Rydman, ricercatrice franco-finlandese al Foreign Policy Centre in Helsinki
Una crisi profonda e strisciante
Abbiamo tuttavia provato a sintetizzare alcuni fatti che ci sembrano emergere dall’ultima tornata elettorale nonché dalle decisioni recenti del Consiglio. Crediamo infatti che prima di poter cominciare a prospettare soluzioni bisogna, innanzitutto, riconoscere la gravità della crisi. Lo facciamo ripercorrendo i quattro elementi che emergono dalle elezioni, leggendovi però qualche elemento di gravità e riflessione ulteriore:
1. L’Astensione e il “tradimento” dell’Est. 44,2%: questa la percentuale degli elettori europei che ha votato ed è il dato che più di ogni altro fa una sintesi efficace della crisi. Più del 55% degli elettori si è schierato con il “partito degli astenuti” che è diventato decisamente maggioranza, crescendo di cinque punti percentuali rispetto alle ultime elezioni europee del 1999. Non solo: tale percentuale è in effetti cresciuta di quasi cinque punti ogni cinque anni a partire dalle prime elezioni nel 1979 (in quella occasione si espresse il 65% degli aventi diritto). Il fenomeno è oggettivamente strano: osserviamo, infatti, che negli ultimi venticinque anni l’interesse dei cittadini europei per l’unico momento di partecipazione democratica alla vita dell’Unione è diminuito costantemente, mentre in maniera altrettanto inesorabile è cresciuto il “potere” che alle istituzioni europee, e in particolare al parlamento, viene attribuito. E non è consolante il fatto che, in assoluto, nelle ultime elezioni, l’affluenza più bassa (15%) sia stata registrata in Polonia, il Paese più grande tra quelli che hanno appena fatto il proprio ingresso nell’Unione (da solo rappresenta la metà della popolazione aggiunta all’Unione dai dieci nuovi Stati). Sull’allargamento l’Europa aveva infatti puntato molte delle carte del suo rilancio: i nuovi Stati Membri saranno certamente i maggiori beneficiari delle politiche di coesione e la Polonia, nello specifico, di quelle di sostegno all’agricoltura. Tuttavia, il progetto sta franando anche su quella che doveva essere la sua “nuova” frontiera. Il messaggio più rilevante sembra essere insomma che non bastano più i fondi comunitari a “comprare” il consenso delle regioni più periferiche. Neppure quello di Stati che sembravano aver considerato per anni l’adesione all’Unione come il proprio obiettivo politico più importante e che avevano dimostrato (come nel caso della Polonia) una forte capacità di rappresentare i propri interessi nazionali ai tavoli europei.
2. L’ascesa dei Partiti Euroscettici e la “deriva” inglese. Pochi sono andati a votare e quei pochi hanno, peraltro, votato, come mai avevano fatto prima per partiti e candidati che, in realtà, neppure riconoscono la legittimità del Parlamento per il quale sono stati eletti. Se al 45% appena citato si sottrae il numero di voti (circa il 15%) per i partiti che chiedono il ritiro del proprio Paese dell’Unione, si scopre che solo poco più di un terzo degli elettori ha votato per partiti di governo o comunque per partiti che si candidavano a farlo.
Due terzi del corpo elettorale ha preferito, insomma, non votare o esprimere la propria preferenza, quando si è trattato di partecipare a una elezione europea, per movimenti politici che sono “fuori dal sistema”. La sensazione è insomma che il sistema sembra diventare, gradualmente, senza accorgersene, minoranza.
In Gran Bretagna un Partito che esiste solo per partecipare alle elezioni europee e chiedere (curiosamente) l’”indipendenza” della Gran Bretagna e far tornare indietro la Storia di alcuni decenni, ha raccolto talmente tanti consensi da ridurre contemporaneamente sia laburisti che conservatori al peggior risultato in una elezione politica nazionale.
Far tornare indietro la Storia: per difenderci da un simile disastro dovremmo, però, cominciare ad includere questo evento tra le cose possibili. A non trattare le opinioni pubbliche con sufficienza. A non dare per scontato che alla fine tutte le crisi si risolvono per un qualche istinto alla sopravvivenza o magari perché il progresso prosegue inarrestabile verso scenari di sempre più stretta integrazione.
Mai così tanta indifferenza e mai così tanta ostilità è stata espressa tra i cittadini europei.
Il paradosso è che però ciò accade proprio mentre l’Europa raggiunge le sue massime dimensioni (con l’allargamento) e i massimi livelli di integrazione (con la Costituzione).
Ed è su questo elemento di contraddizione sempre più grande che vale la pena di riflettere maggiormente.
Forse la storia che stiamo vedendo non è solo quella della crisi di un progetto, ma della scissione (molto più vasta) tra opinioni pubbliche e classi dirigenti. Crisi forse della democrazia nelle forme che conosciamo** e questo ci porta al punto successivo.
3. La sconfitta dei governi e il suicidio annunciato dei referendum.
C’è infatti un terzo dato che emerge da queste elezioni. Non a sufficienza però si coglie quanto questa ultima evidenza sia collegata alle prime due: la cattiva prestazione di quasi tutti i governi in carica.
Se solo poco più di un terzo degli elettori ha, lo dicevamo prima, scelto di votare per partiti politici “normali”, che non sono “fuori dal sistema” o che, nello specifico, non chiedono la fine dell’esperienza Europea, di questi, di quest’ultimo terzo, molto meno della metà sono quelli che hanno votato per il governo in carica.
Per avere idea dell’effetto delle elezioni, abbiamo provato a moltiplicare i tre fattori che abbiamo appena citato: moltiplicando, dunque, la percentuale di astenuti per quella di voti esplicitamente contrari all’Unione e per quella di voti per le opposizioni istituzionali, si ottiene che per i governi in carica ha votato circa il 15% (!) degli elettori europei: meno di due su dieci: e questo è un dato molto più netto degli spostamenti di decimali che da giorni appassionano l’intera classe dirigente politica italiana.
È francamente impressionante pensare che due dei tre Capi di Stato protagonisti del Consiglio (storico) che si è svolto la settimana scorsa, sono arrivati a quell’appuntamento avendo appena avuto il consenso dell’8,5% dei propri elettori (e non molto migliore era per la verità la posizione del governo francese, confortato dal 16% del proprio corpo elettorale). È questo forse il dato più impressionante: dover assumere decisioni di rilievo assoluto, arrivandovi in condizioni di estrema debolezza: una debolezza politica che non può non avere dei riflessi sulla forza di quelle decisioni, sulla capacità della nuova Costituzione, ad esempio, di diventare patrimonio di tutti come viene categoricamente richiesto a una qualsiasi costituzione.
In queste condizioni i referendum rischiano di essere un clamoroso errore. Ma probabilmente l’elemento più rilevante è che esiste, in realtà, un collegamento forte tra i primi due elementi (indifferenza e ostilità verso l’Europa) e il terzo (scarsa fiducia nei confronti dei governi).
Molti ritengono che siano le generali difficoltà economiche dell’Europa a spiegare la caduta nei consensi per i governi; altri invece pensano siano state decisive le posizioni sulla guerra. I numeri raccontano una realtà completamente diversa: perdono (lo abbiamo già detto prima) governi di Paesi che stanno vivendo fasi di straordinaria crescita (l’Ungheria, tra i Paesi nuovi, e l’Inghilterra, tra quelli vecchi); perdono governi che si sono opposti alla guerra (in Germania); perdono persino esecutivi che dovrebbero beneficiare di entrambi gli effetti, opposizione alla guerra e discreta congiuntura (in Belgio e nella stessa Francia).
Esiste, invece, ed è questo il collegamento, una crisi più persistente e strisciante. Essa è crisi delle istituzioni a livello nazionale e anch’essa sembra legata alla crisi di modelli di governo internazionale.
In pratica si trasferiscono quote di potere dagli Stati Nazione a livelli sopranazionali in quanto tale opzione sembra inesorabilmente determinata dai processi di globalizzazione dei problemi (basta pensare a quanto impotente sia in effetti un governo nazionale rispetto alle cause più autentiche di una guerra o del proprio sistema finanziario). Tuttavia a questi livelli sopranazionali non riusciamo a trasferire processi di partecipazione. Con il risultato che i governo nazionali deludono perché sempre più impotenti, e quello europeo incontra ostilità perché sempre meno democratico.
Sono due crisi assolutamente parallele, che non è possibile risolvere senza capirne il nesso fondamentale. Né possono essere risolte tornando semplicemente indietro ricongiungendo democrazia e potere al livello (nazionale) al quale entrambi erano prima esercitati.
L’unica soluzione è imboccare un percorso, difficilissimo, di costruzione di partecipazione e opinioni pubbliche e partiti politici europei. L’unica soluzione se è vero, come noi riteniamo, che l’Europa abbia superato il “punto di non ritorno” oltre il quale c’è la costruzione dell’Unione Politica o … la fine dell’Unione. Un passaggio ineludibile rispetto al quale con le ultime elezioni ci siamo certamente allontanati.
4. La qualità del dibattito elettorale e le elezioni dal punto di vista dell’Italia.
Mentre molti misurano quanto tempo nei diversi telegiornali e tribune è concesso ai diversi leader politici, noi abbiamo invece provato a conteggiare quanto spazio fosse concesso all’Europa e a distribuire il tempo non per partiti ma per temi. Analizzando gli appelli al voto del giorno precedente alle elezioni delle quattro liste più grandi, non una volta (!) è stata citata la parola “costituzione europea” e non una volta è stato chiesto dai giornalisti quale fosse il punto di vista della coalizione rispetto alla scelta che dopo una settimana sarebbe dovuta essere fatta sulla nomina del nuovo Presidente della Commissione.
Nel corso delle stesse trasmissioni ben diciotto volte è stata citata la parola “ostaggi” (in Iraq) e sedici quella “tasse” (in Italia). Questioni che sono certamente collegate alla questione europea. Anzi che – ulteriore paradosso – soltanto a livello europeo possono trovare soluzioni sostenibili. Tuttavia di questo livello che tutto condiziona (anche gli “ostaggi” e le “tasse”) scegliamo, più o meno deliberatamente, di non parlare; come per una qualche bizzarra tendenza a concentrarci sugli effetti, sui dettagli, essendoci ormai rassegnati di non poter incidere sulle cause o trovare soluzioni.
Non è sorprendente, in questo contesto, che meno del 4% dei cittadini italiani - secondo un nostro sondaggio – risultava essere a conoscenza che cinque giorni dopo le elezioni sarebbe dovuto essere nominato il nuovo Presidente della Commissione. Non è strano che una delle coalizioni più vaste si sia presentata agli elettori senza dichiarare a quale gruppo parlamentare i propri eventuali candidati si sarebbero iscritti in caso di elezione***.
Né preoccupa che uno dei maggiori partiti abbia scelto per la propria campagna affissioni, lo slogan “nostro unico interesse: gli italiani”****. È come se in una elezione per un’Amministrazione Comunale il dibattito elettorale fosse tutto interamente monopolizzato dalle questioni relative al Governo Nazionale. È come se in una elezione nazionale i cittadini dovessero ricominciare a scegliere senza avere alcuna idea del nome del Presidente del Consiglio che consegue a quella scelta. È come se dovessimo votare per candidati che neppure hanno scelto a quale partito appartenere.
Dallo stesso sondaggio risulterebbe anche che il 68% degli italiani (tra quelli che ancora sono disponibili a rispondere) sarebbe favorevole ad estendere il criterio del voto a maggioranza su tutte le decisioni dell’Unione comprese quelle di politica estera. Il fatto è che però le elezioni, l’attuale sistema di partecipazione non riescono a “registrare” questa preferenza (e tante altre come questa). Non riesce a farlo tecnicamente.
In questo contesto la democrazia (e i prossimi referendum sulla Costituzione) rischia di diventare una cattiva imitazione di se stessa e di svuotare, persino, la volontà delle persone di difenderla e migliorarla.
È per questo motivo che noi riteniamo che la crisi dell’Europa non cominci dalla istituzioni Europee, non finisca a Bruxelles, che invece sia una vicenda molto più ampia. Una crisi della politica, in un momento in cui paradossalmente della politica c’è un bisogno fortissimo.
Storicamente, queste crisi si sono superate per iniziativa di una generazione (nuova) che riesce a trovare momenti di riflessione su scala internazionale percependo l’urgenza di dover riappropriarsi del proprio destino e delle proprie responsabilità. Proprio come fece la generazione che a Roma inventò l’Europa. Qualsiasi altro approccio, qualsiasi gradualismo rischiano solo di aumentare le possibilità che la decadenza si trasformi in un vero disastro.
Per ciò che concerne Vision cercheremo nei prossimi mesi di contribuire rinnovando il progetto del forum delle think tank europee. In queste pagine raccogliamo alcuni dei commenti dei visionari che in diverse città europee stanno già lavorando all’iniziativa.
Roma, 15 giugno 2004
NOTE
*A questo proposito può essere utile ricollegare la riflessione sull’Europa a quella sulla crisi delle Nazioni Unite e al saggio di Vision: http://www.visionforum.it/forum/globalizzazione_e_democrazia/la_riforma_delle_nazioni_unite/index.php **Sulla crisi della Democrazia si veda il position paper di Vision che introduce il progetto sul Futuro della Democrazia.
***In realtà l’omissione assume una gravità del tutto relativa visto che, del resto, la compattezza dei gruppi parlamentari europei è talmente forte che in quello più numeroso convivono ideologie opposte – quella dei conservatori inglesi e dei cristiano democratici tedeschi.
****Una promessa tecnicamente legittima quanto lo sarebbe quella di un candidato alla Camera dei Deputati che promette di fare gli interessi solo ed esclusivamente del proprio collegio.
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